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Che cosa si deve cambiare per gestire il cambiamento climatico

Aggiornamento: 26 gen 2022

Il climate change è molto più pericoloso del coronavirus e ci accompagnerà molto più a lungo: perché allora per i governi e per i singoli individui è così difficile affrontarlo con l’urgenza necessaria? E quali alleanze tra soggetti diversi è necessario costruire per modificare questo atteggiamento? Ecco le risposte di un amministratore locale impegnato nel green deal, di un esperto di tecnologie e di un operatore del settore culturale. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store


Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui. ——————————————


Pubblichiamo un dibattito tra Ivan Tse, presidente della Tse Foundation, Matt Brittin, presidente del settore business & operations di Google per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa e Philip Glanville, sindaco del municipio di Hackney a Londra. Modera Liz Alderman, capocorrispondente economica dall’Europa del New York Times.


Alderman Ovviamente il cambiamento climatico è uno dei problemi più rilevanti tra quelli che i governi devono affrontare. In occasione della COP26 di Glasgow (e cioè della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico) i governi locali e nazionali dei Paesi di tutto il mondo hanno preso degli impegni, ma c’è ancora molto da fare. Sindaco Glanville, una delle domande è: che cosa possono fare i governi per accelerare il processo? Lei sta contribuendo a guidare un nuovo green deal. Ci dica quali hanno funzionato e quali no tra le iniziative che avete preso e che cos’altro potreste fare che possa poi diventare un esempio anche per altre città.


Glanville Credo fermamente che la situazione sia da sbloccare proprio a livello locale per essere sicuri di ottenere non soltanto azioni concrete per affrontare il climate change ma anche perché avvenga un cambiamento nelle nostre comunità e perché la ripresa abbia al centro l’ambiente e un coinvolgimento in prima persona dei cittadini. Se non riusciremo a farlo, perderemo l’opportunità di avere più giustizia sociale, una ripresa verde e più occupazione nel settore ambientale. Quello che abbiamo fatto a Londra è stato pensare a come potevamo reimmaginare la città senza le auto private. Naturalmente ci sono persone che sono coinvolte nella transizione verso i veicoli elettrici e questa è una cosa senz’altro importante. Il problema è che, se faremo soltanto questo, trasformeremo una società che rimarrà comunque basata sulle auto private. In Gran Bretagna ci sono delle statistiche impressionanti. Prima della pandemia nelle automobili, ogni mattina, c’erano 36 milioni di sedili vuoti. Le persone in tutto il Paese circolavano in auto che trasportavano in media 1,2 passeggeri ciascuna. Quindi se noi prendiamo questo vecchio modello e ci limitiamo semplicemente a riproporne uno nuovo ma simile finiremo di investire troppo nei veicoli elettrici.


Nella nostra città stiamo facendo dei passi per investire su un modo di muoversi attivo. Questo significa pensare a come limitare l’uso delle auto private, soprattutto quelle più inquinanti. A Londra, a livello cittadino, questo sforzo è rappresentato dalla Ultra Low Emission Zone, che è il progetto del sindaco per far pagare molto l’ingresso nel centro ai veicoli più inquinanti. Ma il mio municipio, Hackney, è subito fuori dal centro è ha uno dei tassi di possesso di auto più bassi di tutta la Gran Bretagna e uno dei tassi più alti, se non il più alto, per quanto riguarda gli spostamenti effettuati a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico. Eppure ha anche un’aria fra le peggiori. Più del 40 per cento dei veicoli che transitano nel mio municipio non appartengono a Hackney. Per questo stiamo introducendo dei quartieri a traffico ridotto in cui le strade non sono chiuse in modo permanente ma ci sono delle limitazioni per i veicoli in transito.

Stiamo vedendo l’impatto sulla qualità dell’aria del diffondersi degli spostamenti a piedi o in bicicletta. E si inizia anche a poter ripensare a come possano essere le strade, alla possibilità di rimuovere l’asfalto, di creare parchi, di piantare alberi per aumentare il verde urbano cambiando la città e migliorandone la resilienza. Abbiamo visto l’aumento delle inondazioni in Europa, degli incendi in Grecia e tutte le conseguenze del riscaldamento globale. Le soluzioni a questi problemi non sono basate sul cemento e sulle auto. Dobbiamo ripensare a che cosa le nostre strade potrebbe essere e assicurarci che siano pronte per questa transizione. Il punto è essere più ambiziosi e non accontentarsi di trasformare in qualcosa di migliore e più sostenibile un modello già esistente dell’economia dei trasporti.


Qui partecipiamo a un ciclo di incontri in cui si cerca la grande idea. Ma poi c’è il ruolo pratico che noi politici eletti dobbiamo svolgere all’interno delle comunità. E, per mostrare una capacità di leadership, dobbiamo prima vincere le elezioni. In ogni caso, penso che sia di grande importanza il mostrare capacità di leadership, ma che dobbiamo investire anche nella coprogettazione. Ci sono piattaforme, come Commonplace, nel Regno Unito, in cui tu puoi partecipare per dire quello che vuoi riguardo a una certa area, riguardo a quello che vorresti cambiare e al modo in cui i diversi modi di spostarsi si riflettono sulla vita degli individui.

C’è poi il buon senso – e io lo tengo sempre in considerazione ogni volta che parlo da politico-cittadino: non sto chiedendo a tutti di salire su una bici. Non tutti possono, non tutti sono capaci e ci sono questioni legate alla disabilità e all’uguaglianza. Quello che sto dicendo è che se stai andando in giro in macchina dovresti considerare la possibilità di andare in bicicletta. Così si libera spazio sulle strade. Gli autobus sono uno strumento incredibilmente importante a questo proposito. Nelle città dobbiamo dare priorità agli autobus. Bisogna investire sull’accessibilità del trasporto pubblico. E mi sembra che in quello che stiamo facendo a Londra ci sia un approccio olistico. Si parla di spostamenti a piedi, in bicicletta, in motorino, di mobilità personalizzata. Ognuna di queste cose gioca un suo ruolo. Ma se tutto diventa un dibattito in cui persone-giovani-che-si-muovono-in-bicicletta si contrappongono a persone che possono avere qualche disabilità o a famiglie numerose che si muovono in auto non andremo da nessuna parte.


Alderman Mi lasci sottoporre la questione a Matt. Google, come azienda, ha fatto passi da gigante per ridurre la sua impronta di carbonio. Ma, al di là delle ricerche sul cambiamento climatico che vediamo tutti, può dirci, dal suo punto di osservazione, quali sono i problemi che preoccupano di più le persone? C’è qualche tipo di reazione negativa o di resistenza tra i cittadini quando si rendono conto che l’unico modo di affrontare il cambiamento climatico è davvero su base individuale e passa attraverso i comportamenti di ciascuno e che questo implica quindi delle conseguenze abbastanza notevoli sulle loro vite se, per esempio, non potranno più usare la loro auto se ne saranno gli unici occupanti?

Brittin Mi sembra del tutto evidente che governi, aziende e comunità debbano collaborare per affrontare queste sfide. Quello che vediamo è che negli ultimi cinque anni il volume delle ricerche per prodotti sostenibili da parte degli utenti si è quintuplicata. Se si guarda all’Edelman Trust Barometer si vede come più del 70 per cento delle persone sia preoccupata o spaventata per le conseguenze della crisi climatica. E vediamo che in effetti le persone si rivolgono alle fonti informative per provare a fare scelte più intelligenti.


Una cosa che stiamo cercando di fare è aiutare le persone a essere più informate sulle scelte più intelligenti da fare. Un secondo aspetto riguarda gli strumenti che costruiamo e quindi ci sono ovviamente gli strumenti per gli utenti che conoscete, per sapere come coibentare la propria abitazione o trovare la modalità più sana per andare al lavoro. Quindi è importante lavorare con l’amministrazione di città come Hackney.

Proprio ieri stavo vedendo un progetto a Kampala in Uganda nell’ambito del quale aiutiamo gli ingegneri locali a raccogliere dati attraverso sensori che analizzano l’aria per capire dove ci sia inquinamento. E credo che ci sia molto spazio per sviluppare le raccolte di dati che possano aiutare gli amministratori locali, le comunità e le famiglie a gestire meglio il loro ambiente.

Alderman Ivan, come presidente della Tse Foundation, ci parli del ruolo che la cultura può avere nel tentativo di affrontare il cambiamento climatico, non solo per ciò che riguarda il dibattito. Insomma, quale ruolo potrebbe giocare la cultura per aumentare il livello di consapevolezza, non solo tra gli individui ma anche tra i leader, in modo da affrontare il cambiamento climatico in modo migliore e più efficace?

Tse Penso che ora ci sia maggiore convergenza tra i governi e i consumatori. E la domanda che ci facciamo è: che cosa può fare il settore culturale per far avanzare ulteriormente la discussione? Penso che siamo pronti per concentrarci di più sul lato dell’adattamento, visto che siamo ormai consapevoli che il cambiamento climatico sta già verificandosi. E credo che dobbiamo sviluppare uno stile di vita che ci aiuti ad adattarci a questa situazione. L’esempio che possiamo prendere dal passato è quello del movimento per smettere o proibire di fumare, che è stato uno sforzo condotto su molti fronti diversi e che ha cambiato in modo determinante la definizione del “fumare”.

Una cosa mi colpisce: non è che davvero non sappiamo che cosa dovremmo fare per il clima, è che mancano il senso etico collettivo e la volontà politica per farlo. E questa non è una cosa che le nostre menti possano sistemare da sole. Quindi quello che dobbiamo fare è, in sostanza, amplificare lo spirito umano in modo da affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva diversa e secondo una logica diversa. Gli astronauti che sono tornati sulla Terra hanno chiamato questo cambio di consapevolezza “effetto della veduta d’insieme”. Quindi dovremmo costruire una sorta di “porta” attraverso cui passare in modo che il cambiamento climatico possa indurre in noi una determinante risposta immunitaria.

©️2021 The New York Times Company

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